
BREVE STORIA DELLA CITTA’ DI OTRANTO
“I riverberi, i luccichii, i soffi dei due mari sembrano quasi incontrarsi a mezz’aria. Così tutto si presenta lucido, come se fosse avvicinato da un effetto ottico, ed insieme ingannevole. Sembra anche di essere sul mare se si alzano gli occhi, contemplando le nuvole che galoppano velocemente tra l’Adriatico e lo Ionio. Il Salento è una terra di miraggi, ventosa; è fantastico, è pieno di dolcezza; resta nel mio ricordo più come un viaggio immaginario che come un viaggio vero “.
Guido Piovene -viaggio in Italia.
Definito Tacco d’Italia, il Salento è la vera Porta d’Oriente della Puglia. E’ infatti sul suo suolo che secoli prima dell’avvento del cristianesimo approdarono le genti japigie della Grecia; ed è ancora dall’oriente che giunsero Ebrei, Bizantini, Arabi, Saraceni, Turchi…
È sempre dalla Terra d’Otranto – così come era chiamato il Salento in epoca medievale – che gli eserciti occidentali poterono, dopo averla colonizzata, partire dal lembo di terra più orientale d’Italia e lanciarsi alla conquista “ad Oriente”, divenendo, così a pieno titolo “Porta d’Oriente”.
Il Salento, quindi, può essere considerato come il centro geo-politico della storia europea, mediterranea e vicino-orientale degli ultimi tremila anni, vero ombelico dell’ecumene, il “mondo in antico conosciuto”. All’estremo lembo di questa terra e d’Italia, adagiata su una baia azzurra d’acqua e cielo si protende Otranto, con il suo borgo racchiuso da antiche mura.
Tracciare la storia di Otranto
La storia di Otranto vanta radici che affondano nella notte dei tempi. Le sue origini, per alcuni risalgono al tempo di Noè, per altri ai cretesi, per altri ancora agli japigi. Meraviglioso frammento di un passato, che ha lasciato splendide ed abbondanti tracce di attività complesse e di riti misteriosi, è il complesso della cosiddette “grotte di Badisco”, testimonianza di frequenze umane sul territorio, risalenti al neolitico o a periodo più remoti. Fin dai primi giorni della scoperta, avvenuta nel 1970, si comprese l’eccezionalità del sito che il Graziosi, nel XIV Congresso nazionale di storia e preistoria, definì “il più importante monumento sacrale della tarda preistoria non paragonabile con qualsiasi altri , sin qui conosciuto in Europa”.
DESCRIZIONE GROTTE
Graffiti e disegni a carattere zoomorfo, antropomorfo, e a carattere astratto che ricordano quelle di Lescaut in Francia, o ancora quelle spagnole di Altamura…
Secondo il Graziosi, probabilmente si tratta di un monumento sacrale, dove venivano compiute cerimonie a carattere religioso.
L’Era della pietra grezza si chiuse con l’arrivo di un popolo nuovo ed agguerrito, dinanzi al quale gli antichi occupanti migrarono in fuga verso altre contrade.
Quel popolo fu il popolo japigio.
Di provenienza cretese o ellenica, con forti influenze greche nei costumi, nella scrittura, nell’arte, attraverso il canale d’Otranto, giunse in Puglia; si diffuse nell’ampio e fertile territorio che si distende dal Gargano al promontorio di Leuca e al Capo Palascìa.
Si suddivise in famiglie: i Dauni abitarono la Capitanata ed il Gargano, i Peucezi la Terra di Bari, i Messapi l’odierno Salento.
Qui, quest’ultimi fabbricarono castelli e città; qui, si affermò la “civiltà messapica”, di cui rimangono tracce nella Valle delle memorie.
Incisioni originali documentano l’identità culturale linguistica messapica della città di Otranto tra IV-III sec. a.c., attestata peraltro da altri indizi archeologici, come la struttura costruttiva delle mura di seconda metà del IV sec. a.c.
Si tratta di 3 cippi, ritrovati fuori dal circuito abitato, subito fuori la porta, le cui iscrizioni,accurate ed eleganti, riportano formule onomastiche che trovano ampio confronto in iscrizioni funerarie maschili del mondo messapico.
OTRANTO E LA MAGNA GRECIA
Dell’epoca gloriosa della Magna Grecia esistono solo pochi resti. A nord di Otranto, lungo il fiume Idro, si possono notare due pareti verticali, intaccate da numerose nicchiette rettangolari, disposte su più ordini, rimanenze di due santuari rupestri.
Questi incavi, poco profondi, servivano ad alloggiare dei PINAKES, cioè dei piccoli ex voto dipinti o a rilievo, testimoniando, quindi, la presenza di santuari di culto in età ellenistica, che rimandano a quelli esistenti in Tracia, in Sicilia e nel Salento stesso.
Anche Otranto diede il suo apporto alla civiltà romana.
Quando Roma giunse nella regione pugliese, trovò il Salento in condizioni floride e, mediante la conoscenza dell’area, venne in contatto con il mondo greco.
L’arte, la cultura della Magna Grecia fecero il loro ingresso in Roma, anche attraverso personalità quali Quinto Ennio e Livio Andronico.
Secondo la geografia amministrativa del tardo impero, Otranto, apparteneva alla II REGIO dell’Italia, costituita dalle province abbinate APULIA e CALABRIA (quest’ultima corrispondente alle attuali province di Brindisi, Taranto, Lecce; mentre l’attuale Calabria era denominata BRUTIA). Sempre in epoca romana, Otranto era conosciuta come Hydruntum, dal nome del torrente Hydrus nella cui vallata sorge la città. Altre fonti danno tuttavia come nome latino Odruntum, termine legato alla parola acqua, precisamente al termine messapico “Odra”, appunto “acqua”.
Il suo porto, apprezzato fin dall’antichità per la breve distanza con Valona, divenne sempre più frequentato quando, nella seconda metà del II sec., venne prolungata la via Traiana da Brindisi ad Otranto: lo troviamo menzionato nel prezioso documento conosciuto come “Itinerarium Burdingalense” o “Itinerarium Hierosolymitanum”, di un pellegrino cristiano che, partendo da Bordeaux, via terra, giunge alla Terra Santa. Questi riparte da Costantinopoli, arriva a Valona dove s’imbarca per Otranto, continua per Benevento, Capua, Terracina fino a giungere a Roma. Dal suo “libretto di viaggio” emergono le fiorenti condizioni economiche di Otranto, il suo paesaggio e quello degli altri luoghi attraversati. In pratica, l’anonimo pellegrino di Bordeaux aveva dato luce alla prima “guida del pellegrino cristiano” utile a quanti, sempre più numerosi, percorrevano le vie dell’impero diretti alla Terra Santa.
E certamente Otranto vide partire ed approdare nel suo porto molti pellegrini, ma anche numerosi eserciti, funzionari, vescovi calpestare il suo suolo.
Anche durante la guerra greco-gotica (535-554) il porto di Otranto risultò di primaria importanza nell’assicurare il collegamento militare tra Costantinopoli e le truppe combattenti in Italia.
Più volte Procopio insiste sul fatto che i bizantini, esperti in materia di navigazione, per raggiungere Roma preferissero circumnavigare la Calabria, anziché avventurarsi per terra attraverso la Puglia e la Campania, dove l’incontro con i nemici goti era più probabile. In questo contesto, Otranto, provvista di mura e castello, riuscì a sostenere anche lunghi assedi da parte dei nemici goti, rimanendo per lunghi anni l’unica piazzaforte bizantina in Puglia. Fonte più vivace ed articolata di questo periodo sono le lettere raccolte nel “registrum epistularium” di papa Gregorio Magno.
Intorno al 680, sembra che solo Otranto e Gallipoli fossero rimaste bizantine, indispensabili per mantenere i rapporti con l’Oriente. Forse in questo contesto fu concepito il cosiddetto “limitone dei Greci”, un vallo difensivo intorno ad un territorio che comprendeva Otranto, Lecce ed Oria.
Ma negli anni 30 dell’VIII sec. probabilmente Otranto, per un breve periodo, fu sotto la dominazione longobarda, poiché non si registrano sbarchi di bizantini. A questi anni si può datare la tomba ad Arcosolio affrescata e situata presso la cripta della cattedrale, appartenente, per tipologia e stilemi, ad una tradizione occidentale e segnatamente beneventana.
Nell’830, Otranto ebbe un vescovo greco il quale, conforme al regime allora al potere a Bisanzio, aderiva all’iconoclastia.
Negli stessi anni i musulmani, approfittando della rivalità tra principati longobardi ed il ducato di Napoli, conquistarono Brindisi, due anni dopo Taranto e, un a volta conquistata anche Bari, crearono in Puglia un emirato proprio.
Sembra che i bizantini, mediante accordi coi leader arabi e con lauti compensi, riuscissero a tener per sé stessi l’unico porto pugliese (Otranto, per l’appunto) che permettesse loro di comunicare con la Sicilia e l’Oriente. Ma se Otranto si salvò, i villaggi intorno vennero saccheggiati e distrutti; i loro abitanti uccisi o resi schiavi.
Nell’867, nell’Impero d’Oriente avvenne un cambio di dinastia: Basilio I prese il potere e diventò il fondatore di una nuova dinastia, i “Macedoni” che rimasero sul trono fino al 1056. Nell’876, l’entrata in Bari del baiulus Gregorio, comandante bizantino di Otranto, segnò il ritorno dei bizantini in Puglia. Comincia così la cosiddetta “seconda colonizzazione greca” che continuerà per tutto il X secolo.
Negli ultimi anni del IX secolo, Otranto entrò a far parte del “thema di Longobardia”, la provincia bizantina che comprendeva la Puglia e parte della Basilicata; nel 968, la sua chiesa venne elevata al rango di sede metropolitana autoctona dipendente da Bisanzio, una sorta di avamposto della chiesa greca nella Longobardia latina.
Attorno a questa data si coagula il progetto di costruzione e decorazione della celebre chiesa di San Pietro: collocata sul punto più elevato di Otranto e di limitate dimensioni, essa presenta un impianto a croce greca inscritta, con cupola centrale innestata su quattro colonne, altrettanti pennacchi, tre absidi poco aggettanti. Si tratta di una tipologia ampiamente attestata in tutto il territorio bizantino compresa la Calabria con la celebre Cattolica di Stilo e il san Marco a Rossano, entrambe della fine del X secolo. Riferimento autorevole la Nea Ekklesia, una delle chiese fondate da Basilio I in Costantinopoli, situata entro il palazzo imperiale; anch’essa a croce greca, coperta da 5 cupole. La decorazione interna, il suo programma iconografico, con le scene più significative della vita di Cristo, risalta per la sua straordinaria qualità, in un crescendo che ha segnato le numerose campagne pittoriche succedutesi nell’invaso, in particolare quelle di epoca medievale, a cominciare dal primo strato, collegato con la fondazione della chiesa stessa. Allo strato più antico appartiene la famosa scena della Lavanda dei piedi, nella volta a botte della prothesis, e quella dell’Ultima cena, che fino a pochi anni fa costituivano le più antiche testimonianze della pittura bizantina di Terra d’Otranto, quando il quadro si è arricchito in seguito a recenti scoperte. Nel catino è presente l’immagine della Vergine con Bambino fra angeli, accompagnata dalla data, ossia 1540; presso la finestra dell’abside si conserva parzialmente la figura di S. Basilio. Intorno all’arco absidale è campita una splendida iscrizione cufica, con lettere bianche su fondo blu lapislazzuli: un’invocazione ad Allah. Si tratta di un motivo che talvolta compare intorno ad archi absidali o alle arcate di alcune chiese, soprattutto della Puglia e si rifà alle iscrizioni a caratteri cufici delle moschee.
Le scene del Vecchio e Nuovo Testamento, che si dispongono sulle pareti sinistra e destra della chiesa e sui bracci fanno parte del ciclo illustrato della Genesi, fra le quali compare il raro episodio della creazione degli angeli, mentre, per quanto riguarda il ciclo cristologico, esso si apriva con l’annunciazione ai lati dell’abside centrale, le cui figure sono in parte nascoste sotto gli affreschi più recenti, e continuavano con la Natività, di cui rimangono alcuni frammenti nel braccio orientale, mentre su quello meridionale si intravedono i resti della Presentazione al tempio, e il Battesimo di Cristo. Quest’ultimo affresco, con quelle sulle pareti s’inseriscono nel solco della grande pittura tardocomnena del tardo XII secolo ( a giudizio della Falla Castelfranchi) in stretto rapporti con i più celebri cicli greci e ciprioti del tempo.
Per quattrocento anni e più dunque, la vocazione pittorica di Otranto e del Salento è tutta tesa verso est, verso contrade vicine come la Grecia con cui i rapporti sono continui e costanti; verso Costantinopoli, ma anche verso lidi più lontani come la Cappadocia, Egitto, Siria e Cipro. Se le relazioni con queste ultime aree sono dovute ad episodi rapsodici, in contesti particolari come le vicende legate alle crociate, la produzione pittorica afferente a questo lungo arco di tempo, vede nella Grecia il suo referente principale. Relazioni sigillate dagli intensi rapporti storici che intercorsero tra le due sponde i cui ambasciatori sono spesso monaci ed esponenti del clero italo-greci. Anche l’amministrazione e la difesa erano affidate a funzionari statali ed a militari che provenivano da paesi lontani. Lo stretto rapporto con Bisanzio è poi testimoniato dal gran numero di monete di Basilio I e soprattutto di Leone VI, trovate in loco.
Alla metà dell’XI sec. i Normanni e i loro alleati avevano conquistato buona parte della Puglia e nel 1042 solo Taranto, Brindisi e Otranto rimanevano fedeli ai bizantini. L’ultima città a cadere nelle mani dei nuovi dominatori fu, nel 1064, proprio Otranto.
I bizantini, consci dell’importanza strategica del loro antico possedimento cercarono più volte di riprendersi Otranto, ma con la caduta definitiva di Brindisi (1071) ebbe termine definitivamente il dominio bizantino sull’Italia meridionale.
Una volta portata a termine la conquista, fu necessario consolidarla attraverso una riorganizzazione politico-amministrativa, compresa quella delle strutture chiesastiche.
Tutto il territorio a sud di Lecce venne organizzato in contee, sottoposto al controllo di Roberto il Guiscardo e, alla sua morte, a Boemondo, principe di Taranto.
La riorganizzazione delle strutture della chiesa meridionale venne attuata attraverso una graduale sostituzione dei presuli greci con presuli latini: una “rilatinizzazione” rispettosa dell’esigenze della popolazione locale, messa in atto di comune accordo tra un papato, tutto rivolto al recupero e alla soggezione a Roma delle diocesi meridionali, ed i Normanni, tesi ad ottenere legittimità alle loro conquiste.
Fu sotto il vescovo latino Guglielmo, che, sullo stesso sito della chiesa episcopale paleocristiana, venne ricostruita l’attuale cattedrale, dato peraltro confermato dagli scavi effettuati nella stessa cattedrale, in occasione del restauro del pavimento musivo, tra il 1986-90, che hanno portato alla luce frammenti di un pavimento musivo con motivi a fiori quadripetali di V e VI secolo.
I lavori iniziarono nel 1080, alcuni anni dopo l’arrivo dei normanni:nel 1088 fu consacrato l’altare, ma la fabbrica ebbe una lunga gestazione, con significativi cambiamenti. Tra gli interventi che interessano l’edificio nella seconda metà del XII secolo, il celebre tappeto musivo è certamente il più significativo.
Esso fu eseguito da Pantaleone fra il 1163 e il 1165, al tempo dell’arcivescovo Gionata e di Guglielmo I il “malo, citato come – triumphator – in una delle quattro iscrizioni musive. Il mosaico, in opus tessellatum, si stende nelle navate e nel presbiterio; si presenta come un’ antologia dell’immaginario medievale in ogni sua forma, sacra e profana, dove una regia colta lascia trasparire più d’una “lectio difficilior” dietro una congerie d’immagini apparentemente senza logici nessi tra di loro.
Nella navata centrale un immenso e ramificato albero funge da guida al fruitore e, fra i suoi rami, presenta numerose figurazioni: è l’albero del male, origine di ogni peccato che, nella parte superiore presenta la scena del peccato originale e, più in basso, gli episodi della costruzione della Torre di Babele, dell’ascensione di Alessandro Magno, epitemi entrambi della superbia umana. Nella navata sinistra è poi raffigurato l’inferno, in quella di destra un bestiario e creature mostruose: si tratta di una sorta di mappa geografica in cui sono citati non solo gli animali più vari, ma anche esseri mostruosi, gli stessi menzionati nel racconto delle imprese favolose di Alessandro Magno. Tutto sembra convergere verso un’interpretazione politica di questa sorta di criptogrammi, che ruota intorno alla figura di Alessandro Magno, vestito alla maniera bizantina: l’allusione è alle contemporanee vicende storiche che registrano la ripresa di ostilità fra i Normanni e Bisanzio, e riportano al testo del Romanzo di Alessandro che ebbe vasta fortuna nell’Europa romanica.
L’ideatore di questo progetto, secondo uno studio di Falla Castelfranchi, reca probabilmente la firma dell’arcivescovo Gionata più che del monaco Pantaleone. In aggiunta al pavimento, la cattedrale custodisce manufatti medievali di significativa rilevanza. Una trave del soffitto dell’originale soffitto a capriate lignee dipinte, decorata da figure di angeli a mezzo busto, ad ali spiegate, intercalate da fiori entro racemi; inoltre un bell’affresco di Madonna con Bambino sulla parete esterna del pilastro che separa la navata centrale dal presbiterio, iconografia della Vergine Odigitria, protettrice di Costantinopoli.
Alla Vergine è intitolata la stessa cattedrale, alla luce del fatto che, già in epoca paleocristiana, molte chiese episcopali fossero a Lei dedicate.
Forse a quest’edificio paleocristiano si debbono alcuni dei magnifici capitelli riutilizzati nella cripta. In particolare alcuni esemplari bizantini sono di marmo del Proconneso, le cui cave, che erano di proprietà dell’imperatore bizantino, si trovano in una piccola isola nel mar di Marmara. Un altro gruppo di capitelli di pieno VI secolo presentano una forma tronco piramidale, decorati su ogni faccia da un motivo diverso- croci, uccelli, elementi floreali. Circa questi capitelli e relative colonnette, per le loro ridotte dimensione, si può ipotizzare un relazione a cibori, pergule o recinsioni di spazi interni.
Come nota la studiosa Pina Belli D’Elia, in questa cripta manca qualsiasi unità tematica o programma iconografico, la sua novità consiste nel fatto che in essa si percorre un itinerario, di tipo spirituale da seguire utilizzando i capitelli stessi come segnaletica. I più belli sembrano portare il viandante dall’ingresso sud all’altare maggiore, poi all’abside sinistra e quindi all’uscita, procedendo da destra verso sinistra.
Un discorso a parte merita il monastero di S. Nicola di Casole, la più importante fondazione monastica italo – greca. Sorta tra il 1098 – 1099 (corrispondente all’anno bizantino 6607 riferito dal typikon del monastero trascritto nel1173 dall’egumeno Nicola), fu fatta erigere dal primo egumeno Giuseppe.
Il probabile fondatore fu Boemondo, mentre pare che la sua famiglia fosse benefattrice del monastero, come attestato da poche note obituari del necrologio casulano.
Nei riguardi delle istituzioni monastiche greche, infatti l’azione dei normanni evidenzia un orientamento ad assegnare i monasteri poveri e piccoli ai grandi monasteri benedettini, perché fossero riattivati economicamente, ottemperando così alle direttive dei papi riformatori che vietavano il possesso di chiese e monasteri da parte dei laici, auspicandone la restituzione o la donazione a favore di comunità monastiche. E Casole forse era uno di questi.
I monaci del monastero casulano si dedicavano ala preghiera e allo studio, impartivano lezioni di letteratura greca e latina, di filosofia e logica; c’erano ieromonaci, cioè monaci-sacerdoti; c’era il monaco bibliofilace, che si occupava della biblioteca; il monaco proto-calligrafo che eseguiva il lavoro dei copisti; il monaca ecclesiarca, che sovraintendeva alla custodia della chiesa e di tutta la suppellettile religiosa; c’era il monaco cellario, sovrintendente dei magazzini. Al di sopra di tutti c’era l’egumeno, una sorta di abate, cui tutti dovevano obbedienza.
Sullo sfondo la regola di San Basilio, con l’appello continuo alla povertà, all’esaltazione dell’ascesi contemplativa, con il richiamo al silenzio, la scansione della preghiera nei vari momenti della giornata.
Di notevole rilevanza fu l’attività degli scriptoria: nel 1177, fu copiato dal prete Galaction un manoscritto contenente l’eucologio della cattedrale, mentre nel 1195 l’arcivescovo di Otranto, Guglielmo, incarica Nicola di Otranto, il futuro egumeno di Casole, di tradurre in latino la liturgia di S. Basilio. La scrittura di Terra d’Otranto ha proprie peculiarità paleografiche e codicologiche che permettono di riconoscere i numerosi manoscritti vergati in questo cenobio. Nell’età sveva, coincidente con l’egumenato di Nicola – Nettario, il cenobio divenne sempre di più un trait-d’union con l’oriente: vennero redatte opere, ancora in greco, dai toni fortemente propagandistici nei confronti di Federico II e l’impero.
Di questo edificio si conservano alcune strutture che mostrano caratteri gotici, forse l’edificio più gotico di Terra d’Otranto, che potrebbe ricondurre alla stessa figura di Federico II e ai suoi cantieri, veicolo privilegiato per l’introduzione del linguaggio gotico in Italia.
In età Sveva e, fino a tutta l’epoca Angioina, si registra dunque la riscossa dell’elemento greco in Terra d’Otranto, ben testimoniata dall’attività scrittoria, ma anche dalla ricca produzione pittorica di segno bizantino, ancora accompagnata da iscrizioni in greco. Ciò viene alimentato attraverso gli stretti rapporti fra la città, e tutta la Terra d’Otranto con l’Oriente e la stessa Costantinopoli: non è un caso che nella metà del ‘300 due arcivescovi di Otranto saranno nominati patriarchi latini di Costantinopoli.
Negli anni della dominazione normanna, il porto di Otranto ospitò più volte i cavalieri cristiani delle Crociate. Per la quinta Crociata nel 1227 in città arrivò lo sfarzoso corteo di Federico II, segnando un periodo estremamente movimentato nella storia di Otranto che si colloca direttamente all’interno della lotta tra il papato e lo svevo: nel 1256 il papa invia agli Otrantini una lettera nella quale, tra l’altro, autorizza la costruzione e la riparazione di mura e torri nonché l’armamento del porto. Dal testo dell’importante documento si evince come la città avesse il diretto dominio su un vasto territorio (i laghi Alimini erano già stati concessi alla Mensa vescovile) composto di casali e feudi che, come la città, erano soggetti unicamente alla Chiesa romana. Come nel successivo periodo angioino, i continui restauri ai quali era soggetto il castello regio, l’importanza attribuita al porto dove operava un discreto arsenale, testimoniano il prestigio sempre alto attribuito ad Otranto.
Nel 1266 Carlo I d’Angiò conquistò il Regno Meridionale, ma il suo avvento non creò stabilità politica presso le comunità locali: il Salento ed in particolare Otranto si mostrarono restie all’egemonia angioina e pertanto dovettero subire alcune importanti sanzioni. Superati solo nel corso del Trecento i dissapori con la corona, Otranto ritrovò la fiducia dei regnanti, vivendo un periodo nuovamente fiorente dal punto di vista economico. Ma ben presto agli Angioini, si sostituirono nuovi conquistatori: gli Aragonesi. In piena età aragonese, Otranto contava 1200 abitanti e 253 fuochi, risultando di fatto tra i centri più popolosi del Salento. L’invasione turca del 1480 si abbatté sulla città in un momento di sviluppo demografico ed economico: sebbene fossero frequenti gli assalti dal mare, l’attacco saraceno fu un duro colpo per Otranto e per i suoi abitanti. Il 28 luglio del 1480, 18.000 ottomani, con una flotta di 150 navi, si mossero verso la cittadina salentina con l’intenzione di saccheggiarla e conquistarla. Dopo un’estenuante resistenza, durata per quasi due settimane, i Turchi aprirono una breccia nelle mura ed invasero il centro storico, occupando la cattedrale e massacrando i superstiti. Qualche giorno dopo, un gruppo di circa 800 uomini, tra giovani ed anziani, venne condotto sul colle detto della Minerva e costretto ad abiurare la fede cristiana, per convertirsi all’Islam; ma il rifiuto degli otrantini scatenò la carneficina: gli 800 furono tutti decapitati ed abbandonati sul Colle. Nei confronti di quegli otrantini è in atto un processo canonico per dichiararne le virtù di santi della Chiesa.
I Turchi saraceni rimasero nella città per un anno; nel settembre del 1481 avvenne la riscossa aragonese, che liberò la città dall’invasore; fu subito avviata una politica di ricostruzione del territorio, reso irriconoscibile dal saccheggio prolungato. Furono ricostruite Si misero la Cattedrale, le mura, i conventi dei domenicani, di San Francesco e degli osservanti e, alla fine del XIV secolo, quello dei cappuccini.
Nel 1539, come attestano gli annali, Otranto contava 3200 anime e 638 fuochi, ma era ancora costretta a subire gli interessi esterni, prima dei Veneziani, poi nuovamente dagli Angioini e persino dai Turchi, che provarono nuovi assalti tra il 1535 e il 1537, tutti falliti.
A partire dalla seconda metà del Seicento, Otranto subì un’involuzione sotto molti aspetti e restava ancora soggetta al pericolo turco: in molti si trasferirono in luoghi ritenuti più sicuri, avviando una fase decadente. Solo nel secolo successivo, prese il via una moderata rinascita di Otranto. Nel 1800, la campagna otrantina che circondava i Laghi Alimini era squallida e deserta. Esistevano solo poche masserie, alcune delle quali erano abbandonate tre quarti dell’anno, a causa dei miasmi che esalavano dalle paludi. In quest’area, il rischio di contrarre la malaria era molto alto nel periodo estivo, quando avveniva il prosciugamento delle zone paludose.
Il primo progetto di risanamento fu stilato il 28 dicembre del 1868 dall’ingegnere Sergio Panzini del V Circolo del Genio Civile di Bari, il quale, dopo aver rilevato tutta la superficie del lago e dopo averne misurato la profondità, riconobbe le zone di impaludamento e suggerì il modo di sanarle. La bonifica riguardò circa 2.300 ettari, permettendo la ripresa dell’attività agricola. Nel periodo napoleonico la cittadina divenne Ducato del Regno di Napoli e si verificò una netta ripresa grazie al Ministro Fouch. Le fortificazioni otrantine furono soggette ad una totale trasformazione a partire dal 1866 e molti beni urbanistici della città finirono nelle mani del demanio. Tra le altre cose, il 12 aprile del 1897, il Comune ottenne dal demanio la cessione una parte delle mura antiche e del fossato. Ciò, per creare una strada che permettesse l’accesso al centro storico. Il fossato fu ricoperto da terra e brecciolina e un tratto delle mura fu abbattuto. Nel 1936, l’endemia malarica ad Otranto e nelle zone limitrofe scomparve del tutto. Si poserò, così, le basi della colonizzazione per appoderamento, con la conseguente stabilizzazione in luogo della popolazione contadina. La trasformazione del paesaggio fu netta e la costruzione di impianti irrigui, tra il 1954 e il 1963, permise la diffusione di indirizzi produttivi più redditizi per i piccoli agricoltori.
Le vie esistenti vennero sistemate e se ne crearono delle nuove, vincendo l’emarginazione spaziale e dotando quest’area di una spiccata disposizione al turismo.
Intorno agli anni Sessanta, la situazione per il popolo che viveva di agricoltura si fece sempre più difficile; da quel disagio partì una nuova emigrazione, in cerca di condizioni migliori.
Tra il 1964 e il 1974 Otranto ha subito una variazione di tendenza, orientata allo sviluppo turistico. Dapprima incapaci di sostenere un tale inaspettato esodo, in un secondo momento gli otrantini hanno iniziato ad attrezzarsi per poter accogliere i visitatori nel miglior modo possibile. Alberghi, spiagge attrezzate, ristoranti, agriturismi, attività commerciali di vario genere sono nate e sono cresciute nel tempo, rafforzando la vocazione turistica della città.
Tra il febbraio e il marzo del 1991, Otranto si affaccia alle cronache nazionali soprattutto per la scottante questione degli sbarchi di profughi albanesi, a cui la città ha risposto mettendo in atto una campagna di accoglienza e generosità, straordinarie ed impareggiabili. Forse anche grazie a quella storia recente, Otranto, comune più ad Est d’Italia e crocevia di popoli e culture, ha assunto nel tempo la valenza di “Porta d’Oriente”. Autori vari hanno cercato di coglierne gli aspetti, le peculiarità, i segreti, attraverso le loro opere: da Il Castello di Otranto dell’inglese Horace Walpole, considerato il primo romanzo gotico, a L’ora di tutti di Maria Corti, in cui lo sbarco e la strage degli otrantini da parte dei turchi nel 1480 viene raccontato dalle vittime stesse dell’evento; da Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene, dove l’evento tragico del 1480 è soltanto un confuso ricordo nella mente del protagonista ad Otranto di Roberto Cotroneo, dove, in una città piena di luce, si aggirano i fantasmi del passato. Ma Otranto è una riserva di storia e di storie, di monumenti e di memoria, un punto strategico, dove natura e cultura sposano la bellezza del mare e proiettano la sua immagine più ambiziosa e forse più autentica: quella di “Ponte verso l’Oriente”.